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[Dall'incipit
del dialogo]
eSamizdat
Ci sono bastati pochi tuoi libri per capire che, a nostro
modo di vedere, l’intervista con te fosse, ancor prima che
interessante, soprattutto “doverosa”. Noi, con questa nostra
rivista, ci sentiamo in realtà piuttosto vicini a te e soprattutto
a Learco Ferrari, ed esagerando un po’ possiamo arrivare a
dire che Learco è un po’ la bandiera che rappresenta tutta
la generazione che sta dietro a eSamizdat, anche se poi eSamizdat
non è e non vuole essere una rivista generazionale. Però,
ecco, ci sembra che la nostra immedesimazione con Learco sia
immediata, epidermica, certo molto più che con il mondo universitario
in cui pure tutti abbiamo studiato il russo...
Paolo Nori
La parola generazionale, anche se capisco cosa significa di
per sé, non capisco più cosa vuol dire se la applichiamo alla
letteratura: la letteratura generazionale secondo me è una
cosa che non esiste, anche se è una locuzione che si sente
spesso. Una volta sono andato a presentare un libro con un
editore e a lui hanno chiesto Che libri fai, te?, e lui ha
risposto Io faccio letteratura generazionale. Tornando in
treno insieme gli ho chiesto Scusa, ma cosa vuol dire, letteratura
generazionale?, e lui mi ha risposto No, non vuol dire niente,
io faccio i libri che mi piacciono, però rispondo così letteratura
generazionale perché se gli dico Faccio i libri che mi piacciono
pensano Guarda questo com’è superbo, invece se gli dico Faccio
letteratura generazionale sono contenti e non mi rompono più
i maroni. Secondo me invece l’unica divisione possibile, gli
unici due generi esistenti sono quelli lì, le cose belle e
le cose brutte. Poi, certo, noi tre abbiamo più o meno la
stessa età e abbiamo studiato russo nello stesso periodo storico
e abbiamo delle esperienze in comune e le prime cose che ho
scritto son venute fuori da quella situazione lì, ovvero dal
momento in cui hai finito l’università, hai fatto quello che
dovevi fare e non hai più punti di riferimento, ti accorgi
che mentre all’università le cose che facevi avevano un senso
o sembravano averlo, perché alla fine di un corso c’era un
esame con un punteggio preciso dal quale capivi com’era stato
il tuo lavoro, finita l’università o finito il dottorato le
cose che fai non hanno più senso e tu per il mondo sei una
specie di peso e da quella disperazione, dal fatto di non
sapere bene da che parte sei voltato e dal fatto che le cose
che dici non c’è nessuno disposto a ascoltarle, indipendentemente
da quello che dici, da quella situazione, appunto, saltano
fuori i miei libri, perché piuttosto che mettersi a dar delle
martellate in testa alla gente, uno si mette a scriver dei
libri.
eSamizdat
Per restare sugli aspetti “generazionali”, in Scarti
(Feltrinelli, 2003) scrivi che “noi, secondo me, come siam
messi, i miei cosiddetti coetanei o quasi coetanei, quello
che ci caratterizza, secondo me, che a parte le malattie personali
che ognuno ha le sue noi siamo tutti malati di micropsichia,
scarsa fiducia nelle proprie possibilità. Questo dipende anche
da condizioni generali. // Che noi veniamo dopo la generazione
che avevan vent’anni negli anni quaranta che dovevan combattere
c’era bisogno di soldati, dopo la generazione che avevan vent’anni
negli anni cinquanta che dovevan costruire c’era bisogno di
costruttori, dopo la generazione che avevan vent’anni negli
anni sessanta che dovevan contestare c’era un mondo vecchio
da rifare, dopo la generazione che avevan vent’anni negli
anni settanta che dovevan rampare c’era bisogno di arricchirsi
noi, non dovevamo fare niente l’unica cosa non rompere troppo
i maroni”. Il problema infatti ci sembra proprio che finché
non arriveremo ai cinquant’anni non saranno molte le possibilità
di realizzare i progetti che abbiamo in mente, per non parlare
poi della fatica che si fa a togliersi l’etichetta di giovani,
giovani scrittori, giovani slavisti...
Paolo Nori
Gianni Celati l’hanno invitato a un convegno sui giovani scrittori
che aveva più di 50 anni. Anche giovane scrittore è una locuzione
che la mettono dappertutto perché sta bene.
eSamizdat
Sì e non fa paura... Senti, noi abbiamo studiato in due università
romane e abbiamo esperienze piuttosto simili e che rispecchiano
molte delle considerazioni di Learco su università e professori.
Tu il russo dove e come lo hai studiato?
Paolo Nori
L’ho studiato a Parma, alla facoltà di Magistero ancora, quando
mi sono iscritto io nell’88, abbiamo cominciato in 40 e passa
perché era l’anno di Gorbačev…
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