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[Dall'incipit
del dialogo]
Daniela Liberti
Di recente è uscito in Italia il tuo libro
Un chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina.
Dalle recensioni che ho letto sembra che il lettore italiano ti
abbia accolto con curiosità. Dopo la caduta dell'Urss e con
il nuovo assetto della società serpeggiava il timore, soprattutto
all'estero, che la letteratura russa soffrisse un periodo
di sterilità. Invece, facendo i debiti distinguo, qualcosa
appare nel vuoto generale.
Vadim Kalinin
La letteratura russa, per quanto sia penoso
affermarlo, è sempre stata e probabilmente sarà
ancora per molto tempo, una letteratura-saprofita, perché è
capace di prosperare realmente soltanto sullo sfondo
di rivolte o di calamità nazionali. È un fenomeno
che si è osservato più volte nella storia russa ed è quello
che si ripete oggi. Un mio collega di penna, esponente
della letteratura russa contemporanea, Dima Kuz’min,
ha chiamato questo momento della letteratura nazionale
“il secolo di platino”. Ricordiamo come l'epoca di
Puškin sia passata alla storia come il secolo d'oro e gli
anni Venti del secolo scorso siano ricordati come il secolo
d'argento, ora, appunto, è giunto il momento di
quello di platino. È fuor di dubbio che attualmente
nel nostro paese si assista a un dispiegarsi dell'attività
letteraria senza precedenti. Potrei fare almeno una decina
di nomi di scrittori che sicuramente, tra qualche
anno, occuperanno il posto che meritano nel pantheon
letterario nazionale e forse anche in quello internazionale.
Il paradosso però è che, con il cambiamento del
paradigma sociale e l'invasione massiccia nell'ex Unione
sovietica della cultura di massa occidentale, la letteratura
russa tradizionale si è ritrovata stretta tra due
fuochi. Da una parte, oggi, secondo una secolare tradizione
nazionale, questa letteratura è spesso snobbata
dai detentori del potere se non apertamente rifiutata.
Ultimamente sono sempre più frequenti casi di divieti
palesi di questo o quel libro o processi ad alcuni letterati
che vengono incolpati di qualsiasi cosa, dalla propaganda
del terrore e dell'uso di droghe fino allo stupro.
Dall'altra deve competere con la sua sorella decadente,
la letteratura russa commerciale. Un fiume torbido di
cose da leggere, insignificanti e prive di qualsiasi fondamento
che si divorano facilmente, hanno espropriato
alla letteratura seria una parte considerevole di quei lettori
cosiddetti poco fedeli. Del resto questo problema
assilla anche l'Occidente, ma sulla letteratura russa si è
accanito tutto in una volta e in modo violento, dopo
aver annientato buona parte dei nomi più illustri in voga
nell'Urss. Certamente, questo è dovuto al fatto che,
nonostante si parli in Russia del secolo di platino della
letteratura, gli autori russi contemporanei sono poco
conosciuti. E la cosa più terrificante è che questo accade
non solo all'estero, ma anche in Russia.
Daniela Liberti
Dopo aver letto il tuo libro, è difficile immaginarsi
tutte le situazioni in cui vengono a trovarsi i vari personaggi.
La cultura gay è per me un pianeta sconosciuto, le tue
storie mi hanno svelato un lato inesplorato della letteratura
russa. Avendo studiato in Unione sovietica nei bui anni
Ottanta, ho seguito lezioni di letteratura dove tutto era
messo al bando, figuriamoci cosa avrebbe provocato una
domanda su cultura e diversità sessuali. Tu sei nato negli
anni Settanta, hai cominciato a scrivere all'età di dodici
anni e sei stato uno dei fondatori dell'Unione dei giovani
letterati, Vavilon. Cosa ha significato per te iniziare a scrivere
in un paese che si offriva al mondo come un esteso e
compatto territorio di repubbliche sorelle e che in seguito
ha visto ridurre drasticamente i suoi spazi geografici, che è
cambiato esteriormente mantenendo però dei cliché mentali
duri a morire? Come hanno accolto nel tuo paese i tuoi
esperimenti letterari nell'ambito dell'ambiguità sessuale?
Vadim Kalinin
La mia adolescenza è trascorsa proprio nel periodo
della perestrojka. È un periodo che ricordo con grande
nostalgia per la straordinaria fioritura di circoli di
giovani letterati. Allora i giovani vivevano con la mente
nella fitta nebbia della sperimentazione sessuale e di
droghe allucinogene. Il concetto stesso di tabù sociale
sembrava ostile, sovietico. È chiaro che tutto ciò che
apparteneva al vecchio regime venisse recepito da noi,
figli della perestrojka, in modo particolarmente negativo.
Perciò, io non ho avuto alcun problema di adattamento
sociale nell'ambito dell'autodefinizione bisessuale
(non gay, devo sottolinearlo). Quando ho scritto Un
chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina, tutti andavano
a letto con tutti ed era una cosa perfettamente
naturale. Per quanto possa sembrare banale, credo che
questi anni in Russia corrispondano agli anni Sessanta
in Occidente, anni di rivolgimenti nei costumi sessuali
e nei rapporti interpersonali. Oggi tira tutt'altra aria
e io mi scontro sempre più spesso con l'avversione degli
altri per quello che scrivo e per il mio orientamento
sessuale. La Russia si fa sempre più borghese e di
conseguenza più reazionaria. E fa particolarmente male
quando questo comportamento si incontra all'interno
dello stesso ambiente letterario. Eppure il mondo degli
scrittori russi è sempre stato una setta chiusa, che esisteva
in contrapposizione allo standard sociale. E io avrei
tanto voluto che restasse tale… Il modo borghese di
percepire il mondo ha mille tentacoli ed è il più aggressivo
tra tutti quelli esistenti. Una sua qualità negativa è
quella di imporsi, di costringere la gente a farlo proprio.
Quanto potrà ancora durare la memoria del senso di libertà,
rimasta in noi dagli anni della perestrojka, non
posso proprio prevederlo.
Daniela Liberti
In alcune delle recensioni italiane hanno scritto che i
tuoi racconti sono stati scritti sotto l'effetto di stupefacenti,
eppure ti sei spesso espresso contro l'uso di queste sostanze.
Le parole finali del racconto eponimo della raccolta, Un
chilogrammo d'esplosivo ed un vagone di cocaina, sono
del resto più che eloquenti.
Vadim Kalinin
Attualmente non faccio uso di droghe. Questo
non significa che io sia un paladino di quel sano stile di
vita tanto osannato che, secondo me, come ogni tipo di
dogma soggioga la personalità, ci rende schiavi e ostaggi
del nostro stesso corpo. Tale condotta è tanto più ridicola
se pensiamo che, alla fin fine, il nostro organismo è
comunque destinato a logorarsi, indipendentemente da
come ci si comporta, anche se forse se ne può rallentare
il processo, questo non lo nego. La droga è certamente
un gioco pericoloso, che ti fa vivere una strana esperienza,
ti costruisce un punto di vista al di fuori dello
standard e ti regala un talento che proviene non si sa da
dove. Se perdi ti rovinerai la vita, comprometterai la tua
salute e potrai finire in galera. Mi riferisco naturalmente
alle droghe leggere e agli allucinogeni. Le droghe pesanti
devono, invece, essere distrutte col massimo cinismo e
non si dovrebbero neanche provare. Non c'è uomo che
possa controllarne gli effetti. Ho avuto anch'io la mia
esperienza nell'ambiente, sperimentando varie sostanze
pericolose. Quando ero più giovane pensavo di essere
obbligato a provare di tutto, ma con l'età ho lasciato
perdere questo tipo di giochetti. Mi viene in mente al
proposito una frase di Nabokov “Il crimine è una vera
volgarità” e la droga si può definire così. Come qualsiasi
altro tentativo di raggiungere la conoscenza con mezzi
artigianali.
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