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[Dall'incipit del dialogo]
Silvia Burini e Gian Piero Piretto
Cominciamo con una domanda di geografia. C'è un'identità nazionale in cui ti riconosci, tu che hai il
cosmopolitismo nel sangue?
Nina Kauchtschischwili
Senza dubbio quella georgiana. La Georgia è un paese con una
sua storia molto specifica, e la mia famiglia è stata parte
di quella storia. Mio padre a Berlino è stato rappresentante
del Governo Georgiano indipendente per i rapporti commerciali
con l'Europa, dal 1918 al 1921. Conservo ancora il suo passaporto
diplomatico. Nonostante sia nata in Germania e abbia avuto
una madre russa, sono cresciuta con un grande spirito di attaccamento
alla Georgia e alla sua particolarissima storia. Eravamo georgiani
cattolici, un gruppo etnico piccolo con tradizioni sue specifiche.
I miei antenati vivevano a Kutaisi, una piccola città, dove
resistevano mentalità particolari e ancora una volta una storia
particolare. È la terra di Medea, legata a tradizioni greche.
La mia era una famiglia di giuristi. Mio bisnonno era andato
in Inghilterra per difendere su base internazionale una gilda
di commercianti georgiani che erano stati condannati. A Londra
ha vinto il processo, e la piccola Kutaisi si è aperta verso
l'Europa. Una mia cugina ci aveva fondato il primo ginnasio
femminile. Io resto molto legata a questa tradizione famigliare.
Sono nata a Berlino, dove mio padre si era trasferito dopo
la rivoluzione, e là ho frequentato solo l'ambiente georgiano.
Tutti pensavano che sarebbero presto tornati in patria, "dopo
la tempesta", come dicevano gli emigrati russi. Quando
avevo 7 anni è comparsa in casa una domestica russa, anzi
ucraina, era di Char'kov, no ona ne chovorila, a govorila.
E il russo è diventata la lingua del lessico famigliare. Per
comunicare con la dom rabotnica, in casa abbiamo
cominciato a parlare russo.
Silvia Burini e Gian Piero Piretto
Hai cominciato a Berlino a occuparti di russistica?
Nina Kauchtschischwili
No. Una georgiana all'epoca non poteva diventare
russista. Ho frequentato a Berlino tutte le scuole, fino al
secondo anno di Università. Ma studiavo filologia romanza.
Il livello dell'istruzione era altissimo, ma la situazione
politica precipitava, e il nazismo ha costretto mio padre
a emigrare in Italia. A Milano mi sono laureata in francese
e ho insegnato francese nelle scuole per tanti anni. Quasi
per caso un'amica mi ha proposto in Cattolica come lettrice
di russo. La mia carriera è cominciata così, senza preparazione
specifica. Il Preside di Facoltà mi ha incoraggiata a studiare
e a specializzarmi in russistica. Sono intervenuta a un dibattito
di letteratura russa con un intervento su Gore ot uma
[Che disgrazia l'ingegno!], e il mio primo lavoro scientifico
(1959) è stato dedicato a Griboedov. E' curioso che quando
andavo a Roma a studiare al Pontificio Istituto Orientale,
da ogni parte abbiano tentato di scoraggiarmi. La teoria dei
"grandi" dell'epoca era la seguente: se il russo
lo sai già e non devi fare sforzi per impararlo, da noi non
aspettarti appoggi. Noi incoraggiamo chi deve faticare. Ricordo
benissimo le parole di Gančikov: Vas nikogda ne propustjat!.
Malgrado questo ho studiato intensamente e in pochi anni ho
ultimato quelli che considero i miei lavori fondamentali:
Silvio Pellico e la Russia, Vjazemskij e l'Italia
e il Diario di Dar'ja Fedorovna Ficquelmont. Nel
1966 ho sostenuto la libera docenza. Ho lavorato come una
matta, e ho avuto anche contatti incoraggianti con figure
eccezionali: Maver, uomo di vastissima cultura, laureato a
Vienna. Con lui si discuteva bene. A Milano con Graciotti,
un caro amico da cui ho sempre avuto grande appoggio, anche
se non era russista in senso stretto.
Il primo incarico l'ho avuto a Bari. Poi ho insegnato 13
anni a Torino. Il grosso salto è stato entrare in contatto
con la russistica internazionale.
Silvia Burini e Gian Piero Piretto
E allora è il momento di parlare di Bergamo. Si può dire che a Bergamo hai fondato una piccola scuola?
Nina Kauchtschischwili
[Smorfia eloquente tra il compiaciuto e l'enigmatico] Ho cominciato
a lavorare a Bergamo nel 1968, nell'anno delle barricate.
Ho comunicato ai miei collaboratori che la neonata università
non avrebbe risparmiato sul denaro, ma che esigeva in cambio
un intervento attivo da parte di tutti. Avevo come modello
quello di mio fratello, professore medico, che riuniva regolarmente
tutti i collaboratori per discussioni scientifiche su casi
patologici e aggiornamenti sulle riviste. L'esperienza di
mio fratello mi ha incoraggiata a cercare di creare una comunità
scientifica, e credo di esserci riuscita. Per anni alle discussioni
del venerdì hanno partecipato tutti i collaboratori e ciclicamente
alcuni laureandi.
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