[Dall'incipit dell'articolo]
La
storia delle relazioni tra intellettuali russi ed europei
nella prima metà del XX secolo è stata solo di recente oggetto
di studi analitici; ciò anche in ragione di pratiche d’indagine
critica che ne hanno spesso condizionato l’approccio, prima
tra tutte la divaricazione, a volte netta, tra i più tradizionali
studi sulla nascente cultura sovietica e quelli sulle correnti
di pensiero della diaspora russa. L’analisi sistematica delle
fonti bibliografiche e archivistiche relative alla figura
di Boris Jakovenko deve partire da questo presupposto, cosa
che d’altra parte sembra, nella specificità del caso, utile
anche a ridefinire i termini del discorso storiografico generale.
Il caso Jakovenko sembra infatti, nella sua atipicità, prestarsi
bene ad assumere strumentalmente il ruolo di rivelatore di
una nascente integrazione intellettuale russo-europea nel
primo trentennio del Novecento (che la guerra del 1940-1945
interruppe) e mette in luce un circuito culturale finora poco
indagato, attivo tra paesi quali Russia, Italia e Cecoslovacchia,
investiti da epocali mutamenti storici e di identità nazionale.
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