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Nel capitolo VIII dei Peterburgskie zimy [Gli inverni di Pietroburgo] Georgij Ivanov descrive uno strano incontro capitatogli al termine di una lunga notte, protrattasi fino alle sette di mattina, trascorsa come d’abitudine al caffè Brodjačaja sobaka [Il cane randagio], ritrovo classico della bohème pietroburghese prima della rivoluzione. I volti degli astanti, per la stanchezza e il pallore, somigliano a quelli dei defunti, sui tavoli e sul pavimento sono rimaste solo bottiglie vuote, un poeta legge versi nell’indifferenza generale, un musicista ubriaco si siede a un pianoforte ricoperto di mozziconi spenti di sigaretta per suonare una marcia funebre, il guardarobiere dorme, il direttore della Brodjačaja sobaka, Boris Pronin, siede sconsolato sui gradini dell’uscita rimproverando la cagnetta Muška di essersi mangiata i propri cuccioli. In questa lugubre atmosfera d’un tratto uno sconosciuto si avvicina a Ivanov e siede accanto a lui, fumando una pipa. I due parlano del più e del meno per un po’, poi all’improvviso l’uomo inizia con tranquillità un discorso sul suicidio, sul fatto che la cosa migliore sia uccidersi all’alba, ma non avvelenandosi, perché lo stomaco al mattino presto non sopporterebbe il veleno, bensì sparandosi. Spararsi all’alba, secondo l’interlocutore di Ivanov, è una cosa allegra. A questo punto Ivanov chiede con ironia se anche impiccarsi sia una cosa allegra. Ma lo sconosciuto replica calmo che impiccarsi non può essere fatto in modo allegro, ma necessita di solennità. E qui comincia una descrizione minuziosa ed enfatica da parte dell’interlocutore di Ivanov degli ultimi istanti di vita di un suicida che ha deciso di impiccarsi:
Provi ad immaginarsi
la scena: lei fa tutto in modo lento e accurato. Il cordone
di seta è ben insaponato. Il gancio è saldamente piantato.
Il cappio è annodato a dovere. Potrebbe dire una preghiera,
fumare un’ultima sigaretta, bere un ultimo goccio di cognac.
Il boia ha fretta: basta, è ora. Mettersi a discutere sarebbe
inutile. Si infila il cappio... “Come è bella la vita!...
Non voglio!” La sua pancia, i suoi polmoni, i suoi muscoli
si oppongono... Ma il cervello, il boia, è spietato. “Parlami
ancora!” Pum! La sedia, scivolata da sotto i piedi, rotola
via. Addio, signor Lozina-Lozinskij... Addio, sfortunato poeta
Ljubar!...
Ivanov prova un senso di fastidio in quanto il poeta citato dallo sconosciuto, dopo aver tentato più volte il suicidio, si era da poco tolto realmente la vita. Nonostante questo i due si fanno compagnia fino alla stazione e lo sconosciuto, prima che il treno parta, dà a Ivanov il suo biglietto da visita. Una volta partito lo sconosciuto, Ivanov legge il biglietto da visita sul quale c’è scritto: “Aleksej Konstantinovič Lozina-Lozinskij”.
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