Il teatro yiddish
Mercoledì 12 aprile 2006, alle 17,30, a Trento, nella “Sala Rosa” della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige (Piazza Dante), il Centro Studi sulla Storia dell'Europa Orientale organizza la quinta conferenza del ciclo "Un mondo scomparso: l'ebraismo dell'Europa centro-orientale".

Enrico Groppali interviene su "Il teatro yiddish". Introduce Massimo Libardi.


Lo yiddish era la lingua madre della gran parte degli ebrei dell’Europa orientale. Si trattava di un linguaggio colorito, basato su un tedesco medioevale, arricchito di parole che provenivano dall’ebraico, dal polacco e dal russo, e scritto con i caratteri dell’alfabeto ebraico. Era la lingua di tuti i giorni, parlata a casa e nei luoghi di lavoro, di contro all’ebraico che veniva impiegato per le preghiere.

Lo yiddish era strettamente legato a una ricca cultura folclorica, di musiche e di canti. C’erano suonatori itineranti che mettevano in scena siparietti comici musicati. Il teatro yiddish affonda le sue radici in questa tradizione, ma si è sviluppato solo a partire dal momento in cui lo yiddish è emerso quale lingua letteraria nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Gran parte dei primi scrittori che utilizzavano lo yiddish erano seguaci dell’Haskalah (il movimento dell’illuminismo ebraico) e trovavano vantaggioso esprimersi nella parlata di ogni giorno, potendo così raggiungere un vasto pubblico.

Abraham Goldfaden (1840-1908) è il padre del moderno teatro yiddish. Goldfaden abbandonò gli iniziati studi rabbinici per raccogliere e pubblicare numerose compilazioni di canti folcloristici yiddish e poi eseguirle con un gruppo di musicisti sodali. Era così nato a Iasi il primo teatro yiddish.

Tradizionalmente agli uomini spettava interpretare anche i ruoli femminili. Goldfaden li fece interpretare da donne. Scrisse numerose opere per la sua compagnia, fra cui commedie satiriche, operette romantiche e poi anche drammi storici. Il suo teatro divenne popolarissimo, si diffuse di città in città e la fama che lo aveva raggiunto condusse Goldfagen a effettuare tour in Russia.

Nel corso del tempo vari attori lasciarono Goldfagen per dare vita alle proprie compagnie, ampliandolo così lo spettro delle rappresentazioni e rendendo sempre più popolari queste rappresentazioni artistiche. Nel 1883 il governo zarista mise al bando le rappresentazioni in yiddish. Le compagnie di attori furono pertanto costrette all’emigrazione, verso l’Europa occidentale e gli Stati Uniti, dove si apre una nuova pagina nella storia del teatro yiddish. Gli spettacoli in yiddish continuarono ad essere rappresentati, invece, nei territori di insediamento delle comunità ebraiche che si trovavano nell’Impero austro-ungarico.

Il Dibbuk è sicuramente l’opera più rappresentativa del teatro yiddish. Fu terminato di scrivere intorno al 1914 dallo scrittore e studioso di folclore Sholem An-ski (pseudonimo di Shlomo Zaynvil Rapaport, 1863-1920). Il testo si ispirava alle tradizioni popolari e alle leggende che aveva riscoperto durante di una spedizione etnografica in Volinia e in Podolia, ma il manoscritto originario andò perduto verso la fine della Prima guerra mondiale. An-ski ne riscrisse una seconda versione in yiddish, che cercò in tutti i modi di far mettere in scena. Ma i suoi tentativi furono e infruttuosi e l’agognata première del Dibbuk ebbe luogo a Varsavia solo nel dicembre del 1920, poco dopo la morte dell’autore. L’opera ebbe un successo travolgente e inaspettato, diventando una sorta di bandiera dell’identità ebraica. Un successo ancora maggiore doveva venirne, solo due anni dopo, dalla messa in scena in ebraico della compagnia teatrale russo-ebraica Habimah, con la regia dell’armeno Evgenii Vachtangov, uno spettacolo che fissò a lungo il canone del teatro ebraico d’arte.

Enrico Groppali è critico teatrale e scrittore. Ha curato, tradotto e pubblicato oltre cento volumi di letteratura e testi teatrali.


 
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