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[Dall'incipit dell'anketa]
eSamizdat
Pensando a molte letterature slave non si può prescindere
dall'opera di interprete e di traduttore di A.M. Ripellino.
Può provare a tratteggiare il suo contributo al settore che
le è più vicino?
Michaela
Böhmig
Il contributo che Ripellino ha dato alla russistica, e che
non può essere apprezzato a sufficienza, è quello di aver
elevato a dignità accademica la letteratura russa del Novecento,
senza confinarla in una nicchia per specialisti. Grazie all'opera
di Ripellino, la letteratura russa del Novecento è diventata
patrimonio comune di un'ampia cerchia di studiosi e di persone
interessate alla cultura.
Giovanna
Brogi Bercoff
Purtroppo la mia frequentazione col Prof. Ripellino è stata
breve e superficiale. L'ho conosciuto a Roma appena laureata,
nel 1969. Allora c'erano dei corsi di perfezionamento che
in realtà non so bene in che cosa dovessero perfezionare.
Anche se l'Università di allora non era ancora ridotta allo
stato comatoso di oggi, essa funzionava certamente male. In
particolare, l'Istituto di Filologia Slava era in una delle
sue crisi profonde (anche se c'è da chiedersi se sia mai stato
fuori da una qualche crisi... ma questo è un altro discorso!):
erano da poco in pensione Maver e Lo Gatto, Picchio era partito
per l'America, Graciotti ancora non c'era (o era appena arrivato,
non ricordo). Comunque, questo famoso corso di perfezionamento
si limitava alla frequenza di un corso di L. Costantini e
uno di A.M. Ripellino. Facevamo anche esercizi di traduzione
dal ceco. Per il resto non esisteva altro: infatti poi abbandonai
questo fantomatico corso di perfezionamento e continuai a
fare l'autodidatta a tempo pieno. E di questo essere autodidatta
purtroppo ne porto le conseguenze ancora oggi. Tuttavia non
c'è male che non contenga anche qualche grano di bene. In
questo caso l'opportunità di ascoltare le lezioni di Ripellino:
naturalmente si trattava dell'avanguardia russa. Non avevo
mai potuto godere di un piacere intellettuale di tal livello
durante gli studi. È difficile descrivere il fascino delle
sue letture e interpretazioni, la ricreazione che egli sapeva
fare degli ambienti, delle atmosfere. Se si pensa ai manuali
che allora leggevamo e al tipo di didattica cui eravamo abituati
(io venivo da Firenze) si aveva l'impressione di passare da
un mondo piatto, totalmente privo di prospettiva, a un mondo
in cui dominava la prospettiva tridimensionale. Oppure, pensando
al cinema, dal muto agli effetti speciali. Naturalmente la
stessa dimensione totalmente innovativa saltava fuori dalla
lettura dei suoi libri. Ripellino non descriveva fatti, personaggi
e opere: li ri-creava, li dipingeva e scolpiva, riempiva gli
spazi di chiaroscuri e fasci di luce (come Caravaggio), inondava
le lunghezze d'onda con suoni di voci e di musica. Personaggi
e oggetti ri-vivevano nella magia del barocco o nell'astrattismo
dell'arte e del teatro d'avanguardia. Io sono infinitamente
grata alla sorte di avermi permesso questo arricchimento umano
e culturale. Purtroppo (o per fortuna?) ero troppo timida
per osare avvicinarmi di più alle varie attività di Ripellino.
Non frequentavo il suo ambiente, non entrai "nel giro".
Poi avevo altri interessi, più "terra terra": la
filologia medievale, la storiografia del rinascimento. Robe
un po' noiose, ma più adatte alla mia mentalità. E qui entriamo
nel problema del contributo che Ripellino ha dato nel campo
dei miei studi. Ovviamente si tratta del Barocco (dell'avanguardia
ho smesso di occuparmi dal 1969). Ieri uno studente mi ha
chiesto: "Ma perché ha scelto di occuparsi di cose così
aride?". Lui intendeva il Medioevo slavo orientale e
la storia della lingua russa, che io insegno, ma la domanda
riguarda anche il resto. In effetti, se si pensa al Barocco
di Praga magica (o anche allo studio su Deržavin)
confesso che il mio approccio al barocco polacco, ruteno e
russo è profondamente diverso. certamente più noioso di quello
di Ripellino. Lui ha ri-creato un mondo, io mi sono messa
a disquisire su personaggi e opere di secondo e terzo ordine,
su fenomeni regionali, sui margini del barocco, su culture
che non si sa nemmeno se il barocco l'abbiano recepito realmente.
Ha ragione lo studente: sono studi che paiono aridi, per lo
più non si occupano di vera poesia, ma di pratica versificatoria,
non di arte ma di erudizione. Confesso di non aver mai citato
nei miei lavori l'opera di Ripellino. Tuttavia, sono convinta
che le atmosfere che lui ha creato mi sono servite per capire
tanti fenomeni che ho cercato di scroprire e descrivere. Gli
strati della memoria umana sono moltissimi, e nella mia memoria
di slavista c'è sicuramente un fondo in cui sono depositate
alcune categorie barocche generali, alcuni parametri cui i
successivi strati di conoscenza fanno riferimento continuo
anche senza la nota a pie' di pagina. Insomma, c'è sicuramente
un "pod-tekst" ripelliniano che funziona fra le
pieghe dei vari intertesti di cui si formano le mie (modestissime)
competenze slavistiche. Credo che questo sia molto importante,
anche se fra Ripellino e me c'è non solo una differenza di
statura abissale, ma anche una sostanziale differenza di approccio
e di mentalità. E oso anche dire che, pur essendo sicura che
molti dei miei articoli sono e saranno a giusto titolo dimenticati
mentre alcuni libri di Ripellino resteranno nel futuro, tutti
e due gli approcci sono necessari: quello "arido"
del topo di biblioteca e quello geniale e artistico del saggista-poeta.
Quello che importa è, come diceva una volta Picchio, che si
vada alla ricerca del vero. Cosa sia il vero è un discorso
troppo complicato! Lo affronteremo magari un'altra volta!
Alessandro
Fo
Non sono uno slavista e non ho avuto la fortuna di conoscere
Ripellino personalmente. L'ho conosciuto tardi, e solo tramite
i suoi scritti: ma è stata per me una scoperta rivoluzionaria
per il mio mestiere di studioso e di professore (di letteratura
latina). Su quello che ritengo sia stato il suo contributo
ho già scritto molte volte e non vorrei ripetermi inutilmente:
mi limito qui a sottolineare che per me rappresenta il modello
ideale di un intellettuale che sa quanto conti la cultura,
soprattutto laddove sappia farsi bellezza e gioia espressiva.
Un risultato che Ripellino conseguiva a lezione (lo so per
testimonianza indiretta, e tramite le lettere, e anche grazie
a qualche registrazione), come in ogni altro aspetto della
sua attività.
Nicoletta
Marcialis
Non è facile per me questa seconda tornata di "giudizi"
su Ripellino: quando mi sono iscritta all'università, a Bari,
nel 1974, non ne avevo mai sentito parlare, e quando ho cominciato
a conoscerlo era tardi: è morto nell'anno in cui mi sono laureata
e sono partita per Mosca. Il suo mito mi è giunto attraverso
i ricordi di Daniela Di Sora, conosciuta in Bulgaria nella
consueta diaspora dei giovani slavisti. Lei era passata da
polinesiano a russo per aver sentito Ripellino che nei corridoi
di Lettere declamava "parrucchiere, mi pettini le orecchie"
e io l'ho invidiata moltissimo. Del polinesiano ricordava
e mi ha insegnato il plurale dei sostantivi, che nella mia
mente si è fuso per sempre a Majakovskij... Ma i miei idoli
di studentessa erano Vittorio Strada e Franco Venturi. In
quanto al settore che oggi mi è vicino, con le sue jat
prima seconda e terza, si tratta certo di quello più estraneo
a Ripellino. Penso però che se fosse rimasto con noi avrebbe
dato il suo contributo al revival medievistico dell'ultimo
ventennio, in fondo anche la Moscovia ha una peculiare teatralità
barocca, e Chlebnikov porta dritto agli jurodivye.
Gian
Piero Piretto
Il settore a me più vicino, da alcuni anni a questa parte,
è quello degli studi culturali russi. Ritengo che Ripellino
abbia contribuito notevolmente, pur senza aver fatto parte
consapevolmente o deliberatamente del filone culturologico,
a stimolare l'interesse per le serie extra letterarie e per
un'indagine che combinasse strati alti e bassi della cultura
e prestasse attenzione a manifestazioni e testi non necessariamente
egemonici o accademici. Dal cinema al cabaret, dal teatro
alla poesia, dall'architettura al costume Ripellino ha intrecciato
e coniugato il banale con il sublime.
Giovanna
Tomassucci
Ripellino apparteneva alla genealogia di slavisti di scuola
romana (si pensi a Damiani, Picchio, Graciotti o Meriggi)
che si muovevano con agilità dentro a più lingue e più culture.
Agli inizi il suo interesse per la cultura polacca fu condizionato
dall'amore per i grandi romantici dei suoi maestri, primo
fra tutti Giovanni Maver. Aveva poco più di vent'anni, quando
pubblicò per Iridion di Verdiani testi di Mickiewicz, Słowacki
e Norwid che avrebbero messo in difficoltà qualsiasi polonista
esperto: poi, dieci anni dopo tornò a tradurre Mickiewicz
(Ode alla giovinezza) per il centenario della morte.
In seguito la sua passione polacca verrà coltivata assai meno
frequentemente di quella ceca e russa e percorrerà altre strade:
il simbolismo, il teatro, l'avanguardia tra le due guerre.
Le sue traduzioni di Tuwim, Lechoń e Gałczyński per la Poesia
straniera del Novecento di Attilio Bertolucci (1958)
riflettono la volontà di confrontarsi con autori dalla scoppiettante
inventiva linguistica: è un peccato che siano rimaste un episodio
isolato. Un altro innegabile merito è stato quello di spingere
i suoi allievi (si pensi a Pampiglione) a esplorare la cultura
e il teatro polacco del Novecento: è poco noto che negli anni
Sessanta allestì insieme a loro In alto mare di Mrożek.
È stato inoltre fondamentale per far conoscere in Italia Schulz
e Gombrowicz.
Serena
Vitale
La letteratura ceca e quella russa dell'800 e del '900 mi
sono entrambe vicinissime e care. Entrambe, tutti lo sappiamo,
hanno un debito enorme nei confronti di Ripellino. "Tratteggiare"
il suo "contributo" a un "settore"? Non
ci provo neanche: di ben altro spazio dovrei disporre. Per
inciso: credo che parole come "tratteggiare", "contributo"
, "settore", e così via, sarebbero piaciute poco
al Professore, da cui tutti abbiamo imparato l'attenzione
costante per la lingua, anche nei momenti di massima rilassatezza
comunicativa.
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